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Gay & Bisex

La gerarchia dei cazzi 2


di MASQUARATE
19.10.2026    |    2.102    |    2 9.8
"Contro il disgusto, contro la vergogna, contro il fatto che il suo cazzo non voleva saperne di ammorbidirsi..."

I giorni successivi furono fatti di allusioni e di sguardi che non lasciavano scampo.
Durante la ricreazione nel cortile Marco gli passava vicino e gli diceva, a voce bassa: «Stai imparando a guardare, Bob. Si vede.» Diego, in mensa, gli faceva scivolare lo sguardo sul pacco dei pantaloni e sorrideva appena. Samuele, più diretto, una mattina in bagno gli aveva mostrato il cazzo già duro mentre pisciava, tenendolo con due dita e facendolo oscillare. «Ti piace il cazzo, eh?» aveva mormorato. Roberto non aveva risposto. Era uscito con le orecchie in fiamme e il cuore che gli batteva troppo forte.
La notte era peggio.
Nella camerata le luci blu del corridoio filtravano sempre un po’. I letti erano vicini. Troppo vicini. Roberto sentiva i respiri cambiare, le lenzuola scivolare, i gemiti soffocati. Qualcuno si segava quasi ogni sera. A volte due contemporaneamente. Il suono era umido, ritmico, accompagnato da sospiri bassi. Roberto stava rigido sotto le coperte, gli occhi aperti, e cercava di non ascoltare. Ma il suo corpo tradiva. Il cazzo gli si induriva da solo, premeva contro il tessuto dei boxer, e lui doveva stringere i denti per non muovere la mano.
Una sera, verso le undici, i rumori furono diversi.
Marco era seduto sul bordo del suo letto, la schiena contro il muro, i pantaloni abbassati fino a metà coscia. Samuele era in ginocchio tra le sue gambe. Roberto li vide chiaramente nella penombra: la mano di Samuele che saliva e scendeva sul cazzo spesso di Marco, il pollice che strofinava la testa già lucida, il pugno che si chiudeva e si apriva con un ritmo sicuro. Marco teneva una mano sui capelli di Samuele. Respirava pesante, la testa leggermente reclinata.
«Più forte… così…»
Samuele accelerò. Il suono diventò più bagnato, più rapido. Marco gemette, un suono basso e gutturale che attraversò tutta la stanza. Diego, dal suo letto, stava guardando e si toccava sopra i pantaloni. Roberto non riuscì a distogliere lo sguardo. Vide il cazzo di Marco contrarsi, la mano di Samuele stringersi alla base, e poi il getto bianco che uscì abbondante, schizzando sul petto nudo di Marco e sulle dita di Samuele. Marco continuò a spingere i fianchi ancora qualche secondo, godendo fino all’ultima goccia, mentre Samuele gli strofinava piano la testa del cazzo per far uscire tutto.
Quei gemiti, quel suono di carne bagnata, l’odore improvviso di sesso che si sparse nella camerata… rimasero stampati nella testa di Roberto per giorni. Ci pensava mentre mangiava, mentre faceva la fila per la doccia, mentre cercava di dormire. Ogni volta che chiudeva gli occhi rivedeva la mano di Samuele muoversi e sentiva di nuovo quel gemito basso di Marco.
Due sere dopo, Marco decise che era il momento.
Le luci erano già abbassate. Gli altri erano ancora svegli, o facevano finta di non esserlo. Marco si alzò dal suo letto senza fare rumore e si avvicinò a quello di Roberto. Si sedette sul bordo, come se fosse la cosa più naturale del mondo. I pantaloni della tuta erano già aperti. Il cazzo gli usciva fuori, pesante, mezzo duro, la pelle calda e venata.
«Bob. Dai qua la mano.»
Roberto lo guardò, gli occhi spalancati. Il cuore gli martellava in gola.
«Non… non so.»
Marco gli prese il polso con calma e glielo portò tra le gambe. «Impari adesso. È facile.»
La pelle era calda, più calda di quanto Roberto si aspettasse. Il cazzo si indurì completamente sotto le sue dita in pochi secondi. Marco gli chiuse la mano intorno e iniziò a muoverla su e giù, lentamente, insegnandogli la pressione giusta, il ritmo.
«Così. Non stringere troppo in cima. Sì… bravo. Guarda come diventa.»
Roberto eseguì. Era goffo all’inizio, troppo leggero, poi troppo stretto. Le dita gli tremavano. Ma Marco non aveva fretta. Gli parlava a voce bassa, quasi paziente, mentre gli altri tre nella stanza guardavano senza nascondersi. Diego si era già tirato fuori il cazzo e se lo strofinava piano. Samuele aveva gli occhi fissi sulla mano di Roberto.
«Più veloce adesso. Usa anche il pollice sulla fessura… ecco. Senti come pulsa?»
Roberto sentiva. Sentiva tutto: il calore, le vene che battevano, la pelle che scivolava, le gocce di liquido pre-spermatico che rendevano tutto più scivoloso. Il suo stesso cazzo era duro da far male, chiuso nei boxer, e non poteva farci niente.
Marco iniziò a respirare più forte. La mano gli si posò sulla nuca di Roberto, non per forzarlo, solo per tenerlo lì. «Non fermarti. Quasi…»
Quando venne, fu abbondante. Il primo getto gli schizzò sulle coperte di Roberto, caldo e denso. Poi un altro, e un altro ancora. Roberto continuò a muovere la mano come gli era stato detto, finché Marco non gli bloccò il polso con un sospiro lungo e basso. Lo sperma gli colava tra le dita, caldo, vischioso, e qualche goccia gli era finita anche sul polso.
Marco si alzò, si sistemò i pantaloni e gli accarezzò i capelli una sola volta, quasi distratto.
«Bravo ragazzo. Impari in fretta.»
Poi tornò al suo letto.
Roberto restò immobile. La mano gli puzzava di cazzo e di sborrata. Le coperte erano macchiate. Gli altri si erano già segati in silenzio, o quasi, e adesso la stanza era tornata quieta, interrotta solo dai respiri.
Lui non riuscì a chiudere occhio.
Per ore restò sdraiato a fissare il soffitto, la mano ancora leggermente appiccicosa. Lottò contro se stesso. Contro il disgusto, contro la vergogna, contro il fatto che il suo cazzo non voleva saperne di ammorbidirsi. Alla fine, quando fu sicuro che tutti dormissero, portò lentamente la mano al viso.
L’odore era forte. Muschiato, salato, maschile. Lo inspirò a fondo, una volta, poi di nuovo. Gli si riempì il naso e la testa. Con l’altra mano si calò i boxer e si prese il cazzo. Era duro, sensibile, già umido in punta. Si segò piano, gli occhi chiusi, inspirando ancora l’odore che gli restava sulle dita. Ogni volta che lo faceva il piacere saliva più forte, sporco, inevitabile.
Venne in silenzio, a denti stretti, lo sperma che gli colava sulla pancia. Non si pulì. Lasciò la mano vicino al viso e continuò a respirare quell’odore mentre il corpo gli si rilassava, esausto.
Si addormentò così, con il profumo di cazzo che aleggiava ancora nell’aria della camerata e il cuore che batteva troppo forte nel petto.
Qualcosa dentro di lui aveva iniziato a incrinarsi. E sapeva già che non sarebbe tornato indietro.
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